La trilogia degli occhiali
testo e regia
Emma Dante
Con
Carmine Maringola
Claudia Benassi
Stéphanie Taillandier
Onofrio Zummo
Manuela Lo Sicco
Sabino Civilleri
scene
Emma Dante, Carmine Maringola
costumi
Emma Dante
disegno Luci
Cristina Fresia
coproduzione
Compagnia Sud Costa Occidentale
Teatro Stabile di Napoli
CRT Centro di Ricerca per il Teatro
con il sostegno di
Théâtre du Rond Point – Paris
Coordinamento produzione/distribuzione
Fanny Bouquerel/ Amunì
La trilogia è composta di tre spettacoli autonomi ma indissolubilmente legati da temi di
marginalità: povertà, vecchiaia e malattia. Tutti i personaggi della trilogia inforcano gli
occhiali. Sono mezzi cecati. Malinconici e alienati.
Acquasanta, capitolo I
Con Carmine Maringola
“Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?”
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, G. Leopardi
“Aggio visto a barriera corallina… e ‘u sole dirimpetto alla luna ca si lanciavano i raggi, li annodavano e li facevano scennere dintra ‘o mare… aggio visto ‘o mare ca pigliava colore… e un pesce spada ca teneva due spade… e ‘na medusa gigantesca ca s’arravugliava nei raggi d’o sole e d’a luna…. e ‘o pesce palla ca
dintra d’isso teneva futuro e passato… aggio visto il polipo arlecchino coi tentacoli ‘i tutti ‘i colori e i pisci tropicali ca ci ballavano sopra e sotto… e il Cristo di Rio, aggio visto, ca si tuffava dal Corcovado, a petto ‘i palomma…. aggio visto l’atro lato d’o munnu…. ‘o Giappone… a ro steveno ‘i pisci cu l’occhi a mandorla…. e un galeone di tre secoli fa…. chino ‘i gente che ballava… e che cantava i canzoni ‘i n’a vota… e n’iceberg…. enorme… ca si scioglieva in lacrime di cristallo….dintra all’abisso d’o mare….”. Un uomo si ancora sul palcoscenico, a prua di una nave immaginaria. Sta. Esperto nel manovrare gli ingranaggi che
muovono la simulazione della nave, ‘o Spicchiato si salva dalla finta burrasca che mette in scena per rievocare i ricordi della sua vita di mozzo. È imbarcato dall’età di 15 anni e da allora non scende dalla nave.
Non crede alla terraferma, per lui è ‘n’illusione. Sopra la sua testa pende il tempo del ricordo: una trentina di contaminati ticchettìano inesorabili. Poi suonano e tutto tace. Il mare smette di respirare e ‘o Spicchiato rivive l’abbandono. Un giorno la nave salpa senza di lui, lasciandolo solo e povero sul molo di un paese straniero: la terraferma. Proprio lui che senza la nave si sente perso, lui che ha votato la sua vita alla navigazione, lui che giorno e notte ha bisogno di parlare con il suo unico grande amore: il mare. Le voci della ciurma, del capitano, gli rimbombano nella testa e ‘o Spicchiato, cantastorie, tira i fili dei suoi pupi. Ma nell’attesa del ritorno della nave, il mozzo, a prua, diventa di legno come polena di un vecchio galeone.
Emma Dante